
di Carlo Vincenzo Prevedi
Fra i miei quattro nonni dovrebbe essere andata così. Lorenzo Ballista sposò Angela Setti, matrimonio dal quale nacque mia mamma Maria. Luigi Prevedi sposò invece Luigia Ferraresi incontro che generò mio papà Ettore, gli zii Mentore e Stefano e ed una zia levatrice morta in Sardegna. Ettore e Maria ebbero tre figlie (Olga, Ada e Rema) e quattro figli maschi (Agenore, Agide, Camillo e Carlo Vincenzo). Sappiano ora che io pure mi sono sposato con mia moglie, Selica Pongiluppi e da lei ho avuto tre figli, Angela, Lorenzo e Giorgio, a cui ho commissionato la trascrizione di questo racconto.
Ritengo di non essere stato un bambino molto intelligente perché a scuola non andavo affatto bene. Sono riuscito comunque ad arrivare in quinta elementare senza troppi drammi perché mio padre e mia madre non hanno mai dato troppo peso alla questione. Il risultato comunque resta: una istruzione scarsa. Ero comunque un privilegiato. Avevo una bicicletta per andare a Magnacavallo dove i miei compagni mi aspettavano, anche se spesso, devo riconoscere la usavo per marinare la scuola.
Ricordo che a tredici anni i miei genitori mi hanno portato al mare a Cesenatico e questa cosa mi faceva davvero sentire (o meglio mi “calcolavo”) un signorino. Potevo godere di alcuni privilegi quali ad esempio mangiare ad un tavolo a parte in quanto figlio del sindaco, andare in carrozza invitato dai figli di Cavazzutti, commercianti di stoffe “al metro” di Poggio Rusco. Si chiamavano Luciano ed Enzo. Si stava spesso insieme poi ad un altro, figlio di un marmista... Riuscii perfino a farmi regalare dei burattini che poi scoprii essere marionette, in pochi a quell’epoca potevano andare in vacanza a Cesenatico e tornarne poi con dei giocattoli. Di questa affermazione possono garantire le foto che ancora conservo.
Dai quattordici ai venti anni il passo è breve. Spesso però gli “spostamenti” li facevamo in bicicletta, io e il mio amico bottegaio Vasco e il mandolino che si cercava di imparare a suonare. Per fortuna poi ho potuto evitare di fare il servizio di leva essendo il terzo dei fratelli. Da richiamato sono comunque stato tre mesi a Mantova in fanteria, fino che giunse una disposizione che consentiva a chi avesse avuto il padre morto in guerra di essere congedato. Veramente mio padre non morì in guerra ma per una grave malattia. Bastò comunque alzare la mano e me ne tornai a casa. Per fortuna andò così. Pare che molti dei miei compagni siano partiti già nel 1935 per la guerra d’Africa, in Etiopia, subito dopo aver indossato la divisa da coloniale. A ventitré anni ancora non sapevo che comunque in Africa ci sarei andato
Il matrimonio di mia sorella Olga ma anche la morte di mio fratello Camillo e di mio padre segnarono quel periodo difficile. I grossi problemi economici per la mia famiglia concomitanti con la famosa “Quota 90” voluta dal fascismo ma probabilmente e soprattutto con le “larghe maniche” di mio fratello Agenore, portarono alla perdita del patrimonio della famiglia. Delle venti biolche di terra che il papà ci aveva lasciato (dieci alla mamma, cinque a mio fratello Agenore e cinque a me delle quali avrei goduto però la piena proprietà solo alla morte del nonno Lorenzo in quanto io ero ancora minorenne) del caseificio e della casa rimasero esclusi dalle ipoteche e dalla successiva cessione solamente la casa dove abitavamo ed il terreno che io avevo avuto in eredità ed ancora inalienabile.
Furono gli anni che videro il passaggio da Ostiglia di Hitler sul treno che lo portava a Roma a concordare l’alleanza con il nostro fascismo ma anche di un passaggio per me molto più importante e significativo: quello di una bambina vestita di bianco che, in carrozza accompagnata dal padre, andava verso Magnacavallo seguendo appunto via Parolare dove io abitavo. Questa alleanza mi pare abbia poi dato frutti migliori. Quella bambina vestita di bianco sarebbe poi diventata mia moglie.
Erano gli anni nel corso dei quali dei tedeschi che avevano conosciuto durante il periodo della prima guerra mondiale un prigioniero italiano, l’amico Tassi, muratore, ci venivano a fare visita a Parolare. Forse fu per questo che mi misi ad imparare un po' di tedesco. Pensavo mi sarebbe stato utile perché sembrava possibile che io potessi seguirli in Germania per lavoro. Lo feci per quattro o cinque mesi ma poi pensai bene di rinunciare per “l’odore” di guerra che in effetti si cominciava a respirare. Riuscii comunque nel 1936 ad avere la mia prima patente di guida, completata l’anno successivo con il “terzo grado”. Comunque le cose non andavano affatto bene, il dissesto familiare e l’opportunità del lavoro in Etiopia mi portarono alla decisione di lasciare la mia casa e partire per l’Africa nel 1938.
Per andare i “A.O.I.” era indispensabile avere una richiesta ufficiale da un parente che già si trovava là. Mio fratello Agenore che si trovava già in Etiopia inviò il documento. Mancava però ancora la residenza presso la sua casa (a Mirandola in quel periodo). Mi organizzai per averla, dopodiché partii. Mi imbarcai a Napoli sulla nave “Giuseppe Mazzini” che, attraversato il canale di Suez, mi portò a Massaua. Da lì, con un camion proseguii fino ad Asmara Eritrea, dove incontrai dei miei compaesani, per arrivare poi ad Addis Abeba. Il percorso non fu affatto facile. L’autocarro di Benedusi, l’amico che mi era venuto a prendere, si guastò. Ciò comportò la sua sostituzione e l’utilizzo di un altro meno comodo ma che, imponendomi di dormire sul carico all’esterno della cabina di guida, fece sì che prendessi finalmente coscienza di dove mi trovassi realmente. Quella notte gli “animali esotici” cominciarono a segnalarmi i loro diritti di territorio ed in particolare le iene rendevano il mio sonno, a dir poco, inquieto. Dopo tre giorni di viaggio, finalmente giunsi a destinazione. Altre persone ed altre feste, finite le quali pensammo bene di andarci a riprendere l’autocarro che avevamo abbandonato guasto nella boscaglia. Lo riparammo e tornammo alla capitale così, senza la cabina di guida. Non serve in Africa la cabina di guida. Con quello cominciai a lavorare e a guadagnare qualcosa. In quei giorni conobbi moltissime persone, molti altri che incontrai invece già li conoscevo. Tra questi c’era anche mio cugino Giacomo Veggiotti di Quistello.
Nuove forze e nuove risorse. Insieme, io e mio fratello ci siamo costruiti un nuovo ufficio per il lavoro che intendevamo proseguire insieme la cui sigla era “TRES”: Trasporti Rapidi, Economici e Sicuri. Noi ed un’altra quarantina di “padroncini” ci occupavamo di trasporti e traslochi per la città. Il mio compito in particolare era quello di controllare i viaggi e pagare le percentuali. Durò fino al 1940, fino alla guerra. Anche in Africa aveva effetto il richiamo alle armi. Così, tutta la mia diplomazia che mi aveva consentito un congedo anticipato si andava ad infrangere contro gli Inglesi, che là rappresentavano “il nemico”. Ci sono stati sequestrati gli automezzi (Fiat e O.M. 34) ed i cavalli che avevamo. Dopo la vestizione diventammo un “reparto” militare. Il R.A.F.: Reggimento Autieri Fucilieri in partenza per Besioftù. Lì, restai quattro mesi in fureria. Partiti poi per Gimma (150 km da Beisioftù), “appiedati” raggiungemmo il fronte. Le cose però pare si mettessero subito male per noi. Infatti, prima ancora di entrare in contatto con gli Inglesi risalimmo sugli autocarri e incolonnati presto ci ritirammo in una zona più sicura presso Battego. Quella notte però il nostro autocarro, che come gli altri procedeva senza fari, si ribaltò e finimmo in un burrone. Morirono alcuni dei miei compagni. Io mi salvai forse perché, per come mi ero sistemato sopra la cabina di guida, potei lanciarmi lontano. Continuammo comunque immediatamente il nostro viaggio per poter il mattino dopo entrare in combattimento. Combattimento... Gli Inglesi per l’intera giornata spararono cannonate in continuazione dalle loro postazioni. Noi però, giunta la sera... ci arrendemmo.
La fase successiva procedette così: in colonna fummo radunati, spogliati di orologi e cappotti e inviati oltre il fiume Bottego. Durante il viaggio, informai il soldato Inglese che guidava la camionetta che ero ammalato di malaria e potei andare in ospedale da campo e dormire. Non è che però quella notte facesse molto caldo, anzi. Possiamo dire che facesse veramente freddo. Senza porte (erano dei reticolati) non riuscimmo a tenerci caldi se non avvicinandoci l’un l’altro tutti quanti. Solo il giorno dopo, su un autocarro chiuso della Croce Rossa, ci hanno trasferiti da Giuma ad Addis Abeba, ripercorrendo accompagnato dagli Inglesi i 150 km che all’andata avevamo compiuto sui nostri camion. Di nuovo all’ospedale per cinque giorni, poi in un enorme campo di concentramento che andava affollandosi sempre di più con i soldati prigionieri che tornavano dalla boscaglia. Ero comunque riuscito a mettermi in contatto con mio fratello Agenore che pareva volermi rassicurare. “Ci penso io...” diceva. Il tempo passava però ed io restavo sempre in quel campo che continuava a ricevere prigionieri fino a scoppiare. Fu così però che si rese indispensabile il trasferimento dei prigionieri e la conseguente necessità di “arruolare” autisti. Io, con altri, mi resi disponibile vantando la conoscenza dei luoghi ed ottenni il camion... con cui potei scappare. Scappare a casa di mio fratello che però, come me, non aveva più un lavoro. Finiti i pochi soldi disponibili (dopo circa tre mesi) era indispensabile che trovassi un impiego. Ma per questo servivano i documenti con tanto di fotografie. Il viaggio in città per procurarmeli mi costò un nuovo incontro con gli Inglesi ed un’altra fuga rocambolesca in compagnia di un amico di Magnacavallo. Pensammo bene così di restare nascosti per un po'. A seguito però dell’ordine di evacuazione dovemmo partire di nuovo. Da civile, questa volta non più con mio fratello ma con Giacomo, sono partito in treno per Gibuti e da lì con una colonna di camion verso la Somalia inglese per imbarcarmi. L’operazione è però risultata molto laboriosa. In quel luogo infatti non c’era il porto. Siamo stati traghettati dalla riva alla nave su delle zattere.
Da lì, verso sud. Mombasa. Poi Durbans e Porto Natal. Sembrava un altro mondo! Ai primi mesi del 1941, “inverno” 1941, potevo vedere la vegetazione che solo d’estate abbiamo qui in Italia. Ero oltre il tropico, là dove la prima stella che sorge è la Stella del Sud. Appena sbarcati ci fecero la doccia con tanto di disinfestazione alle scarpe e alla biancheria che indossavamo. C’erano Cinesi, Giapponesi... gente che non conoscevo, con i quali siamo poi partiti in treno, sette per scompartimento, verso Johannesburg attraversando la zona del Transval. Si vedevano, salendo col treno, buchi profondissimi e montagne artificiali dal colore insolito. Una verde, un’altra gialla ed un’altra ancora celeste. Mai visto un luogo così. Abbiamo impiegato trenta ore ad attraversalo. Quindi oltrepassammo Pretoria. I ferrovieri che noi salutavamo dal finestrino ci restituivano la cortesia, forse con ironia, mostrandoci il pollice verso il basso.
Arrivammo dopo alcuni giorni in una località della Rodesia chiamata “Um Vuma” per rimanervi per due anni (1941 - 42), un periodo sufficiente per riprendere ad imparare il tedesco che avevo abbandonato anni prima. Con dei miei compagni poi mi sono messo a disegnare carte geografiche di tutto il mondo sulle quali segnavamo i successivi spostamenti del fronte. Questa nuova società fu chiamata “Ni.Pre.Pisco” dai tre cognomi Nicheli, Prevedi e Scopacasa. Fino al 1943 quando ci fu annunciata la morte del Duce e il successivo armistizio e ribaltamento di alleanze a cui si stentava a credere. Nel campo si respirava un clima ostile. La politica, alla quale non ero interessato, cominciava ad assumere toni pesanti ed io temevo anche per la mia sicurezza. Non intendevo schierarmi né con i collaborazionisti né con i fedelissimi del fascismo. Dopo alcuni giorni, fortunatamente, tutto rientrò entro toni accettabili ed ognuno riuscì a trovare in questa incertezza generale la propria collocazione.
Un altro trasferimento ed un altro campo presso “Forte Vittoria”. Da questo momento in poi gli amici di sempre tra cui il cugino Giacomo presero altre destinazioni. Così rimasi solo, nella nuova situazione di Italiano alleato degli Inglesi ma che non desiderava essere definito “collaborazionista”. Decisi comunque di accettare di uscire dal campo di prigionia per andare a lavorare presso le fattorie del luogo. Nuovi amici e nuova vita. Mi andava bene questa volta uno di San Benedetto del Tronto che la pensava un po' come me e con il quale siamo usciti a lavorare come “muratori”. Non lo avevo mai fatto ma se l’erano bevuta ugualmente. Non alla prima offerta, ma con un po' di pazienza siamo riusciti trovare il lavoro che cercavamo. Presso una fattoria di Um Vuma Vuma di Untali, di un tale, un Inglese chiamato Boffestain, c’era quello che cercavo: l’occasione di fare emergere ciò che spesso mi prende quando mi trovo a dover conquistarmi un nuovo spazio. La definirei... "inspirazione". Di fronte ad una Jeep che sembrava guasta che nessuno riusciva a mettere in moto ho avuto l’immediata convinzione che si trattasse di un problema di carburatore. Doveva esserci qualcosa che non andava proprio lì, forse lì vicino. Forse con i sobbalzi si era staccato qualche pezzo. Forse si trovava ancora lì vicino...
Dissi loro: “Guardate lì in terra, sotto il motore!”
Lì in terra sotto il motore trovarono il pezzo che mancava. Ero assunto!
Le cose cambiano. Questa volta sicuramente in meglio. Io, Boffestain e il mio nuovo socio cominciammo così a fare progetti per il futuro. Non dovevo dimenticare però che gli Inglesi mi avevano mandato lì come muratore e come tale avrei dovuto lavorare. Demmo così inizio ai lavori di riparazione della casa alla quale mancavano finestre, intonaco, pavimento e pittura. Per tre mesi abbiamo lavorato alla casa. Un nero ci faceva da mangiare il resto lo trovavamo alla “bottega” dove potevamo avere le sigarette, da bere e le due sterline di paga al mese. Avevamo un camion e un camioncino per spostarci e tutto intorno boscaglia vergine da trasformare in piantagione di tabacco. Un essiccatoio e neri che lavoravano per noi. Ma la “grande opera” doveva essere qualcosa di nuovo, qualcosa che non era stata fatta prima e che appunto noi muratori avremmo potuto fare: il “greedin”. Trattasi di una enorme buca riempita d’acqua e coperta da un capannone lungo settanta metri e largo venti, costruito con mattoni particolari che solo i neri sapevano fare utilizzando i cumuli di terra che le termiti fabbricavano come rifugio. Un po' un demolire e costruire. Sloggiavamo le termiti e con la loro casa costruivamo il “greedin”. Le termiti erano enormi formiche volanti che i neri non disdegnavano di mangiare, dopo aver provveduto a toglier loro le ali. A dir la verità, mi pare ne fossero veramente ghiotti. Insomma, per loro questo lavoro dei mattoni era un po' come “guadagnarsi il pane” con soddisfazione. Il pasto era comunque assicurato e restava in continuazione materia prima da lavorare. Più termiti si mangiavano e più greedin potevamo costruire! Restava il problema della copertura. Mi ci vollero più di quindi giorni. Il legname era assegnato con molta più parsimonia dei mattoni e per questo il progetto rivestiva una notevole importanza. Decisi così di disegnare la prima capriata a terra indicando con dei paletti conficcati i riferimenti per costruire le successive. Così feci. Non avevo però ancora considerato alcune variabili... Mi accorsi solo più tardi che le capriate che avevo previsto di collocare in cima ad un parallelepipedo, ovvero su due pareti opposte e parallele, non avrebbero trovato l’adeguata sistemazione se non attraverso una correzione in corso d’opera. Il vento che piacevolmente rinfrescava le nostre fronti (ma soprattutto quelle dei neri...) aveva però anche il merito di arcuare il filo che avevamo utilizzato come riferimento per l’erezione dei muri perimetrali del nostro greedin. Ma oramai buona parte del muro era fatta. Quando il nostro Boffestain si rese conto della particolarità dell’esecuzione dei sui muratori eclettici, noi anche capimmo che in realtà, come il cognome lasciava supporre, non si trattava di un compassato inglese ma di un ben più puntiglioso ebreo di origine polacca. Parlava, di fronte alla nostra opera, probabilmente in “yiddish” ma la cosa non ci tranquillizzò molto. Il fatto che poi dovemmo costruire un secondo capannone al fratello che possedeva un’altra fattoria vicino alla sua contribuì comunque a rendere meno dubbiose le nostre considerazioni a proposito delle nostre capacità professionali nel campo dei greedin. Finimmo la copertura con le piante di tabacco essiccate ed ammirammo soddisfatti la nostra opera. Ciò ci diede nonostante tutto molto credito e fu così che venne il momento di un “campo da tennis” con tanto di rete (metallica) e pavimentazione (con la solita terra delle termiti...) ma anche di una bottega di alimentari. Il tutto per due sterline al mese. Poche. Non ne avevamo comunque bisogno perché come ho già detto, ci veniva dato tutto il necessario, sigarette comprese. Così restavano tutte ed il capitale sociale aumentava.
1944 e 1945. In Italia anni durissimi. Da noi volarono.
C’era vicino alla fattoria di Boffestain un altro italiano, di origine piemontese. Balocco, con la moglie ed un figlio, sempre in “boscaglia” a governare i neri. Alle sue dipendenze ne aveva più di quaranta. Io nel frattempo, rivelata la mia vera vocazione (fare il muratore, lo riconobbe lo stesso Boffestain, non era il mio lavoro) ebbi un camion ed una patente. Un documento rilasciato dallo stesso Boffestain, senza fotografia ma valido per l’intera Rodesia. Arrivai con il mio camion fino a Sosbury dove, con le mie sterline potei acquistare una valigia (prima o poi sarei tornato in Italia), un oggetto che mio figlio Giorgio oggi conserva come una delle cose a lui più care, ed un orologio. Il tempo che passava cominciava ad avere la necessità di essere contato, lo spazio intorno a me poteva di nuovo essere percorso. Una valigia, un orologio ed altre piccole cose... Particolare curioso delle strade della Rodesia, oltre quello di essere battute di asfalto su “trisciu”, era quello dei “guadi”. Non c’erano ponti infatti per attraversare i fiumi, o meglio non ce n’era bisogno. Il loro regime torrentizio permetteva di attraversarli quando erano in secca, condizione che nell’arco della giornata poteva verificarsi con frequenza. In caso contrario bastava aspettare.
Alla sera, io e il mio socio e amico andavamo in bicicletta ad un paesino vicino. Rosapi non era molto distante dalla fattoria di Boffestain e di notte, quando c’era la luna piena, potevamo vedere in lontananza la ferrovia ed il treno dell’altopiano. Avevo in quel periodo la possibilità di formarmi una famiglia ed avere una “sede fissa”, come si diceva allora. Ma a casa, in Italia avevo ancora la mamma e le sorelle. Mi piaceva quel posto, quel clima. C’erano alberi secolari di mimose. Avevo anche conosciuto i leggendari “Boeri”, ovvero quegli Olandesi emigrati lì un secolo prima degli Inglesi e contro i quali avevano combattuto per difendere il loro territorio e le loro miniere d’oro. Ma giunse il momento di chiudere con la Rodesia. Tutti gli Italiani furono raccolti presso Forte Vittoria per il rimpatrio ed ogni proposito di “fissa dimora” doveva essere abbandonato. Delle sterline che possedevo mi era consentito di portane con me una solamente. Nascosi le altre quattro nelle calze e salii sul treno per il Mozambico, destinazione “Beira”, il porto da dove sarebbe partita la nave che ci avrebbe riportato in Italia.
Anche l’oceano sottolineava il proprio disappunto con una burrasca violenta che faceva oscillare pesantemente la nave olandese da 12.000 tonnellate. L’inizio della navigazione quindi mi costò un “mal di mare” fastidiosissimo che mi costrinse a restare immobile per due interi giorni dei venti che impiegammo per il viaggio. Arrivammo a Napoli denutriti e stanchi. Ricordo che, solo arrivato a Firenze, dopo i venti giorni di nave e un paio di treno andai al gabinetto. Era l’inverno del 1946 - 1947. Giunto a casa, per prima abbracciai mia sorella Rema, poi la mamma, poi Olga, Ada, Agenore che mi aveva preceduto e via via tutti i parenti.
Ricevetti dal Comune vestiti nuovi, (mi ero comunque portato della biancheria nella valigia) e cominciai a guardarmi un po’ in giro. Era tutto nuovo. Di nuovo tutto da scoprire ma soprattutto c’era ora da lavorare, mentre in Africa che avevo da poco lasciato, laggiù, l’abitudine al lavoro l’avevano solo i neri.