RELAZIONE DEL 13 FEBBRAIO
Dopo aver effettuato un’ulteriore intervista sperimentale (che riporto nelle pagine successive trascritta a seguito della registrazione) ribadirei l’importanza che rivestono alcune caratteristiche che intervengono nella “relazione comunicativa” tra intervistatore ed intervistato:
la situazione entro la quale si potrebbero individuare ulteriormente
-il contesto extralinguistico,
-il ruolo degli interlocutori,
-il tempo dell’intervista,
-il luogo dell’intervista,
-il sottinteso o presupposizione (referenziale);
la funzionalità del questionario o la sua strutturazione (a risposte aperte o chiuse, una preventiva elencazione dei temi o delle motivazioni, il flusso o la canalizzazione delle domande secondo ipotesi preordinate ecc.);
lo scopo della ricerca e l’eventuale “restituzione” del prodotto;
ma soprattutto la considerazione fondamentale, ovvero scritto e parlato e relativo coinvolgimento di aspetti quali la compresenza degli interlocutori, i linguaggi “non verbali”, la metacomunicazione, la possibilità di un feedback immediato, la revisionabilità o controllabilità, l’occorrenza lessicale, la dissimmetricità, la discontinuità, la frammentarietà, la pianificabilità, la distanza ecc.
Ho ritenuto utile allegare inoltre un contributo breve che in questi giorni è apparso su una rivista della Telecom inviata gratuitamente alle scuole e che solitamente è possibile sottrarre dalla sala insegnati senza propiziarsi il rancore dei colleghi. Come si noterà, non è che questa lettura porterà una informazione risolutiva al riguardo del lavoro che vorremmo svolgere e nemmeno si può dire che affronti il tema con profondità e completezza. Però è breve e semplice.
Intervista realizzata da Giorgio Prevedi, insegnante di sostegno presso la scuola media di Volta Mantovana (MN).
01.02.1995. Ore 12.10.
Intervistato: I.R., insegnante di Scienze e Matematica presso la stessa scuola. Luogo dell’intervista: sala insegnanti.
Premessa: si informa l’interlocutore degli obiettivi della ricerca e della composizione del questionario secondo la mappa dei concetti realizzata precedentemente e il raggruppamento delle domande - stimolo secondo l’ordine “operatività”, “interazione” e “evoluzione - trend”.
1. OPERATIVITÀ
1.1. Quali sono gli ambiti in cui esplichi / eserciti la tua operatività?
(Pausa. Perplessità indotta dalla formulazione della domanda)
R. Espressa così la domanda mi crea un po' di imbarazzo, nel senso... Vorrei essere preciso... Ovvero, la precisione della domanda mi spinge ad affrontare l’argomento con maggiore precisione di quanto mi potessi aspettare.
1.1.2. (riformulazione) Quali sono i luoghi, le situazioni nelle quali ti trovi ad operare? Ambiti, nel senso di luoghi, contesti dove tu svolgi il tuo lavoro.
R. Luoghi, fondamentalmente “la scuola”. I contesti: il rapporto insegnante - discente che va al di là di qualcosa di strettamente professionale. Qualcosa di “umano” che riaffiora sempre e ti unisce sotto l’aspetto personale.
1.1.3. (chiarimento) Quindi, più che la “disciplina, più che il consiglio di classe, per te, l’ambito, il contesto sarebbe il “rapporto” tra insegnante e studente ...
R. Sì. Io sento che in qualsiasi modo io sono sempre un riferimento. Per questo io mi sforzo di dare al di là di una prestazione professionale, un’immagine, un modello valido, coerentemente con la mia sensibilità e la mia formazione.
1.2. Quali compiti ti assumi per ogni ambito e quali servizi sei chiamato a garantire?
R. I compiti sono fondamentalmente quelli di insegnare determinate cose tipiche della disciplina, però con una interazione di esperienze di vita, che possano essere ovviamente comprensibili a loro e che possano in qualche modo aiutarli a risolvergli i problemi e le difficoltà della loro età. Quindi io cerco in qualche modo anche di far apparire la disciplina come interagente con le esperienze personali. Ovviamente, non sempre. Ci sono dei momenti che si adattano più di altri a far apparire questa interazione.
1.3. Per ogni compito / servizio, quali sono i “prodotti” che garantisci, con che standard di prestazione?
R: Non credo si possa parlare di standard di prestazioni perché gli alunni che hai in classe hanno una cultura, una provenienza, un retroterra estremamente diversificati. E’ difficile porsi uno standard. Solo considerando livelli omogenei sarebbe possibile porsi degli standard. Gli obiettivi comuni sono possibili quando i vissuti sono omogenei.
1.4. Per ogni compito / servizio / prodotto, quali sono le operazioni che si devono attivare per realizzarlo?
R. Fra i compiti mi rendo conto di avere indicato solo quelli che vedono di fronte l’insegnante e l’allievo. In realtà si fanno tante altre cose. Francamente, per me le “altre cose” sono secondarie e qualcuna la faccio anche mal volentieri. Quello che mi interessa di più è il rapporto con i ragazzi. Sono gli unici casi dove si hanno stimoli e gratificazioni. Negli altri proprio questo non avviene o quasi mai avviene. Per questo io ho sottolineato questo aspetto. Ovviamente, ripeto, ci sono anche gli altri ...
1.5. Con quali modalità e con quali criteri guida (conduci queste operazioni)?
R. Io non ha alcun segreto. Io faccio riferimento a mie esperienze, a cose che ho sentito più o meno di recente. Se vuoi ripenso anche alle cose preparate per l’esame di concorso. Poi, io faccio sempre tesoro dell’esperienza che sento dagli altri colleghi, anche di diverse discipline. Però sempre comunque variate dalla mia sensibilità. Io faccio sempre fondamentalmente riferimento alla mia esperienza personale. Non sono certo in grado di codificare queste regole.
1.6. Il docente lavora sulla quantità? Sulla qualità? Come? Con quali strumenti? Quali controlli attiva?
R. E’ difficile perché puoi controllare vagliando tutte le reazioni che avvengono nel mondo che sta intorno a te, le reazioni al tuo lavoro. Reazioni che vengono dai ragazzi, dai genitori, dai colleghi... Non ho uno schema preciso per controllare. Faccio riferimento a questi stimoli che mi vengono dagli alunni della classe e dai genitori.
1.7. Quali forme di aggiornamento attivi rispetto agli ambiti disciplinari di riferimento?
R. Solo interessi personali.
1.8. Quali conoscenze, competenze ritieni irrinunciabili per poter gestire la tua professione?
R. Dipende dal modo di essere di ciascuno. Dato per scontato che la disciplina bisogna conoscerla, dopo dipende da come ognuno si pone. C’è insomma molto di più...
1.9. Quali sono gli ambiti di decisionalità? A quali vincoli devi sottostare? Di quali risorse disponi?
R. Io sento pochi vincoli: l’insegnante è abbastanza libero di scegliere che cosa fare. Quindi la decisionalità è da vedere in questo senso, ovvero estremamente aperta. Forse i vincoli li percepisco solo confrontando il mio prodotto con l’ambiente esterno. Per cui, se l’ambiente esterno ti critica per quello che stai facendo, dipende da te poi modificare il modo di operare. Puoi però se vuoi anche fregartene e continuare per la tua strada, se tu sei convinto che la tua strada è quella corretta... non è neanche sbagliato non tener conto fino in fondo delle critiche. La “risorsa” fondamentalmente sono io, ovvero quello che ho dentro io.
1.10. Quali sono i problemi che caratterizzano la professione docente?
R. Primo economico e poi sociale. C’è uno svilimento sotto questi aspetti. Soprattutto sotto l’aspetto sociale. C’è uno svilimento del lavoro dell’insegnante. Questa è una cosa gravissima ma nonostante tutto non incide sul rendimento. L’insegnante resta comunque coerente con i propri propositi.
2. INTERAZIONE
2.1. Rispetto ai vari ambiti, con chi interagisci (a monte e a valle)?
R. Fondamentalmente con i colleghi. Non soltanto durante il consiglio di classe. Soprattutto nei momenti meno formalizzati. Nel cambio dell’ora. Nei corridoi... Non sono momenti da sottovalutare o banali...A volte è proprio lì che vengono dette le cose importanti.
2.2. Da chi ricevi le istruzioni? In che forma? A chi dai istruzioni? In che forma?
R. In genere le istruzioni le ho ricevute molto educatamente dai colleghi e dalle persone che mi stanno attorno. Anche dai genitori, anche se da questi a volte non sono riuscito a ricavare molto... Invece, io cerco di dare ai colleghi il minor numero di istruzioni possibile. Ci sono delle cose di fronte alle quali non sono in grado di intervenire con sufficiente diplomazia. Se ho l’impressione che il collega percepisce il suggerimento o la richiesta di aiuto come un’istruzione, allora io evito di pormi in questa situazione. L’impressione di essere giudicati è una sensazione per gli insegnanti estremamente sgradevole. L’istruzione potrebbe spesso essere interpretata come un giudizio e potrebbe urtare la sensibilità del collega. Riuscire ad interagire con tatto è estremamente difficile.
2.3. Con chi ti coordini? Con chi collabori? Per fare che cosa? Utilizzando quali strumenti?
2.4. Quali problemi, punti nodali incontri nell’interazione con le altre figure?
R. La collaborazione soltanto su alcuni aspetti metacognitivi. comportamenti, problemi ecc. Interazioni quindi non curricolari o della disciplina. Io trovo che, per certi versi mi sento come l’unico a pensare in un certo modo. Allora è difficile trovare una collaborazione su certe tue idee. Così te le porti avanti tu oppure te le tieni lì, vai avanti per la tua strada. Certo che sei vuoi essere onesto fino in fondo devi controllare cosa stai facendo. Sa segui solamente iniziative personali c’è anche il rischio che tu commetta degli errori. Devi essere pronto e attento a non commettere errori. Se hai una collaborazione stretta con qualcuno in effetti questo problema si riduce. La collaborazione avviene ma abbastanza raramente. La situazione comunque può facilitarla. Ad esempio, nel tempo prolungato risulta molto più facile collaborare, ed anche indispensabile. In altri casi invece soltanto di fronte a casi particolari, ragazzi seguiti con sostegno o situazioni di reale difficoltà, interagtisci con i colleghi e cerchi di pensare a qualche soluzione. Per il resto, per la mia disciplina, non cerco collaborazione.
2.5. Quali sono gli ambiti di discrezionalità e di delega?
R. Ripeto che mi sento abbastanza libero di agire come voglio. Da parte mia cerco del resto di non delegare agli altri ciò che posso fare io direttamente. Evito comunque per quanto mi è possibile tutte quelle incombenze burocratiche quali i verbali, le varie commissioni ecc.
3. EVOLUZIONE - TREND
3.1. Quali elementi tieni sotto controllo per gestire / incrementare la tua professionalità (a livello evoluzione normativa, di scienze dell’educazione, disciplinare, tecnologico, sociale ecc.)?
R. Mi risulta abbastanza difficile rispondere a questa domanda. Se si è già collaudato uno standard di comportamento, in classe, non vedo per quale motivo questo debba essere modificato, se non perché succede qualcosa di grave. Generalmente non ha senso modificare quel comportamento che tu hai sperimentato e che porta già a dei risultati e che soddisfa tutti: alunni, genitori, te, i colleghi. Una volta che tu hai raggiunto un certo livello non puoi che cercare di migliorare alcuni aspetti, se per caso non ti tornano. Se però, per te va bene, mantieni quel comportamento acquisito.
3.2. Con quali modalità e con quali strumenti?
R. I cambiamenti, una volta standardizzato un certo stile, risultano essere talmente piccoli che risultano di scarso interesse. Esempio: esprimere i giudizi in un modo piuttosto che in un altro, consegnare i compiti subito oppure dopo un’opportuna spiegazione... sono tutte piccole cose che modifichi nel tempo ma che sostanzialmente non cambiano il tuo modo di lavorare.
3.3. Quali esperienze professionali ritieni abbiano contribuito a determinare innovazione nell’esercizio della tua attività?
R. Passare dal tempo normale al tempo prolungato (che avevo già sperimentato) e passaggi a scuole diverse, come l’alternarsi di diverse presidenze ed a volte dei diversi corsi presso i quali interagisci con nuovi colleghi.
3.4. Quali sono gli scenari a cui deve fare riferimento l’operatore della scuola?
R. Quelli che si presentano a tutte le persone che vivono normalmente.
3.5. Quali sono le nuove figure che possono concorrere a qualificare il servizio - offerta formativa?
R. L’insegnante di sostegno, se fatto in un certo modo, diventa fondamentale. Le altre figure invece, per come sono pensate potrebbero non essere convertite in altro modo o impiegate in un altro modo. Tanto é vero che l’operatore tecnologico ad esempio non trova quasi mai continuità nel servizio. Così la figura decade e il lavoro non risulta efficace. Del resto dipende molto dal collegio docenti gestire quella figura a seconda dei problemi della scuola. Quindi, mentre il “ruolo - funzione” del sostegno risulta essere già abbastanza definito, le altre figure trovano una collocazione incerta. E’ vero che nella scuola sono molti i compiti da svolgere e per questo queste persone vengono mandate, però questo ruolo deve essere definito meglio se li si vuole utilizzare coerentemente. Ruolo e continuità sono indispensabili.
3.6. Per rispondere alle richieste che emergono dal sociale e ai nuovi compiti che vengono affidati alla scuola, quali ulteriori competenze deve acquisire il docente? Per garantire quali nuovi compiti?
R: Bisognerebbe allora che il docente garantisse “una morale” uniforme, e questo non è possibile. Quindi la società non può chiedere che tutti i docenti abbiano un atteggiamento univoco. Se vuoi puoi introdurre nuove problematiche che possono sorgere o che sono una moda del momento. Però, l’insegnante non deve avere delle particolari competenze che periodicamente devono essere affinate o modificate. Se una persona non è sensibile all’ambiente non puoi poi pensare che trasmetta questa sensibilità che non ha. Allora, l’istruzione pubblica si deve garantire a monte, quando dà all’individuo il compito di svolgere un certo ruolo. Dopo non è più possibile fare delle richieste particolari: la persona è quella...
3.7. Quali sono i nodi problematici rispetto ad una riqualificazione / riconversione per una nuova professionalità docente?
R. E sbagliato proporre una riqualificazione tipo quella attuale. Si continua a parlare di aggiornamenti degli insegnanti ma le cose importanti non sono quelle che vengono dette dallo specialista. Le cose importanti sono quelle che scaturiscono dalla propria esperienza con l’interazione con l’ambiente scolastico. Se tu sei disponibile a modificarti e ad accettare queste interazioni per migliorare il tuo comportamento e la tua personalità, bene. Altrimenti, è inutile che l’insegnante partecipi a corsi di aggiornamento, oppure peggio lo si costringa a partecipare a corsi di aggiornamento. Non si ottiene assolutamente niente. Invece di dire all’insegnante: ”Devi insegnare in questo modo...” bisognerebbe gratificare quelle cose che già avvengono e che producono effetti positivi. In questo modo l’insegnante trova soddisfazione in quel particolare ambito e non in altri che risulterebberoinvece negativi per la funzione. E’ difficile correggere un’insegnante. Si devono usare quelle strategie che si basano su gratificazioni e sul rinforzo positivo.
L’intervista termina alle ore 12.50. Durata: 40 minuti.